Pian di Marcesian - Cima XII – Bivacco Busa delle Dodese

ITINERARIO

CENNI STORICI

Asiago 15 maggio 1916, verso le 7,15 del mattino un boato scosse la tranquilla cittadina, qualcosa era scoppiato poco a nord del duomo, 30 secondi prima un analogo brusco risveglio era toccato ai paesani di Calceranica, tranquillo borgo sulle rive del lago di Caldonazzo, uno scoppio improvviso, un’onda d’urto aveva infranto tutti i vetri gettando nel panico i pochi civili presenti. Il comando austro-ungarico di zona per dimenticanza o volutamente non aveva diramato nessun avviso precauzionale, il “Lungo Giorgio” aveva fatto sentire la sua voce, la storia di Asiago e del suo altopiano era cambiata per sempre, era iniziata la “Strafexpedition”.

Il campanile del Duomo colpito

Il “Lungo Giorgio” era un cannone da marina adattato ad un affusto terrestre, la sua corretta denominazione: “Langrohrkanone 35 cm L45”, inizialmente destinato a una nuova classe di corazzate, era stato trasformato dal suo costruttore, la Skoda di Pilsen in Boemia. Le prove vennero effettuate nel poligono ungherese di Hajmaskér nel marzo del 1916, prima del suo invio sul fronte degli altipiani, i risultati di tiro superarono le previsioni, il cannone non più limitato dalla scarsa elevazione consentita dalle torrette corazzate in cui era normalmente alloggiato, oltrepassava abbondantemente i 36 chilometri di gittata massima operando con un alzo superiore a 45 gradi. Infatti, grazie alla sua elevata parabola superava nel suo tragitto i 16.000 metri di quota tangente, passando negli strati inferiori della stratosfera, incontrando gas meno densi e quindi con meno resistenza, si allungava notevolmente la gittata.

Il Lungo Giorgio a Calceranica

Su Asiago caddero pochi proiettili, ma lo shock fu immediato, la popolazione abbandonò l’abitato nel giro di poche ore, il bombardamento aveva solo intenti terroristici, non era un obbiettivo militare. Voleva creare confusione e mettere in allarme i comandi italiani, scopo pienamente ottenuto. I pochi, ma potenti proiettili caduti, avevano innescato dei piccoli incendi che non vennero né controllati né spenti, nel giro di pochi giorni si propagarono e distrussero la cittadina. L’attività bellica del “Lungo Giorgio” durò pochi giorni, esauriti i 18 colpi in dotazione, constata la notevole usura della canna, venne smontato e avviato alle officine di Pilsen per essere riparato.

Asiago ridotta ad un vuoto retticolo

La “Strafexpedition”, negli intenti dello stato maggiore austro-ungarico, aveva lo scopo di mettere fuori gioco l’Italia costringendola quanto meno ad un armistizio, così da poter trasferire il grosso dell’esercito sul fronte russo notevolmente più esteso e impegnativo. L’offensiva era iniziata quel 15 maggio alle 5 del mattino in Val Lagarina, più di 600 pezzi d’artiglieria avevano scatenato contro le linee italiane un continuo e incessante fuoco di distruzione, che nel giro di poche ore distrusse trincee e reticolati mettendo a dura prova la resistenza dei nostri soldati. Sull’altopiano di Asiago l’unico segnale dell’offensiva erano stati i pochi colpi sparati dal Lungo Giorgio, oltre al capoluogo avevano colpito Gallio, Fondi e Camporovere, provocando comunque l’immediato esodo della popolazione; nel giro di pochi giorni si sarebbe spopolato l’intero altopiano, non per pochi giorni come si pensava, ma fino alla fine della guerra nel novembre del 1918. Il ritorno dei civili si protrasse per tutto il 1919, la ricostruzione continuò negli anni successivi, i danni provocati dalla guerra erano stati ingentissimi, molti edifici erano completamente distrutti, quasi tutti pesantemente danneggiati e spogliati di ogni cosa, pascoli e boschi rasi al suolo e inquinati dai gas, disseminati da migliaia di pericolosissimi ordigni inesplosi; questa l’eredità della guerra.

Gallio distrutta

L’attacco in altopiano scattò il 20 maggio nella zona di Vezzena, l’unica che consentisse ai grossi reparti del III° Corpo d’Armata austro-ungarico di manovrare liberamente, i reparti attaccanti venivano prontamente riforniti dall’imponente complesso di teleferiche che arrivavano a monte Rover dalla sottostante Valsugana, il vicino altopiano di Lavarone era il centro logistico delle operazioni offensive. La prima linea italiana correva lungo la forra del torrente Torre, passando per il colle del Costesin, crinale del Marcai, per terminare allo Spitz Leve (q. 1857); sette chilometri di trincee modernamente attrezzate, con numerosi nidi di mitragliatrici in calcestruzzo, difesi da un triplice ordine di reticolati. L’attacco viene preceduto dal fuoco tambureggiante di oltre 300 bocche da fuoco di vario calibro, contribuiva un nuovissimo obice da 38 cm denominato “Barbara” che sparava riparato dal crinale di Costalta, il pezzo si accanì particolarmente contro il forte di Punta Corbin, 57 colpi, nonostante fosse già stato disarmato, si temeva che potesse diventare un punto difensivo d’appoggio e ostacolasse l’avanzata verso il margine sud dell’altopiano.

Forte Corbin

I reparti attaccanti, grossi pattuglioni d’assalto, si scontrarono con l’accanita resistenza della nostra prima linea, questa era stata pesantemente colpita ma non distrutta, i combattimenti proseguirono per tutta la giornata con fasi alterne, lo sfondamento avviene sull’orlo del precipizio della Valsugana, cade il fortino dello Spitz Leve semidistrutto dal bombardamento. I reparti attaccanti possono manovrare sul fianco, mettendo in crisi la prima linea italiana, numerosi presidi vengono circondati e catturati, ma la linea principale tiene difesa ad oltranza. Il giorno successivo riprende il bombardamento, il successivo attacco riesce, cade il Costesin, ormai privi di riserve i nostri reparti devono ritirarsi fino alla nuova linea sul versante sinistro della Val d’Assa. Nel frattempo l’attacco si sviluppa lungo il crinale nord dell’altopiano, ad una ad una cadono tutte le cime, con la perdita di ingenti armamenti e numerosissimi prigionieri, la nuova linea su cui ripiegano i nostri reparti va dal Portule – Mosciag – Canove – Punta Corbin, vengono fatti brillare tutti i ponti stradali, fra cui quello importantissimo di Roana.

Il ponte di Roana distrutto

La difesa italiana risente dei pesanti combattimenti, le nuove linee tengono per breve tempo, i rifornimenti non riescono ad arrivare, i reparti isolati si arrendono, migliaia di soldati italiani vengono avviati verso la sottostante Valsugana. Caduta la difesa nella zona centrale, il nuovo schieramento lungo la Val d’Assa deve forzatamente ritirarsi, rischia di essere aggirato da nord, lo stesso giorno 28 il nemico entra in un Asiago completamente deserta. La nostra linea dei forti viene occupata senza colpo ferire. Il ripiegamento prosegue sui monti del margine meridionale dell’altopiano, la brigata Granatieri di Sardegna si schiera sull’impervio ciglio superiore della sinistra Val d’Assa, mal interpretando un ordine verbale ricevuto dal comando della 30ª divisione da cui dipendeva, lasciano completamente scoperto il ciglio occidentale e Punta Corbin. L’omonimo forte viene occupato senza incontrare alcuna resistenza da alcuni reparti della 28ª divisione di fanteria di Lubiana. Nella parte orientale cadono il monte Fior e il Castelgomberto, i nostri reparti si trovano oramai vicini al margine della Val Brenta, in precaria posizione.

L’epopea che accomuna i Granatieri di Sardegna al monte Cengio inizia verso le 9 del 3 giugno, dopo un pesante bombardamento le nostre precarie prime linee vengono attaccate dalla 34ª divisione austro-ungarica e da quattro battaglioni della 44ª divisione Landwehr giunti dalla sottostante Val d’Astico. Il monte è difeso dal III° battaglione del 2° reggimento Granatieri e da quattro compagnie del 1°, quattro compagnie del 154° fanteria, dal I° battaglione del 144° e varie sezioni di mitragliatrici; alle spalle dei difensori solo pareti a strapiombo percorse da un ripido sentiero costantemente battuto dal fuoco nemico. I difensori sono circondati, verso le 12.30 cade la cima occidentale, il capitano Federico Morozzo Della Rocca viene decorato di medaglia d’oro al Valor Militare per aver condotto fino all’ultimo l’eroica resistenza delle sue truppe. In serata cade anche il ciglio orientale difeso dai resti di due battaglioni, accerchiati sulla cresta, privi di rifornimenti, senza via di fuga devono infine arrendersi.


Il 4 giugno sul fronte orientale scatta una poderosa offensiva che investe in pieno le 4 armate austro-ungarica, nel giro di pochi giorni lo sfondamento provoca un arretramento del fronte di ben 150 chilometri e la perdita di oltre 260.000 soldati fra morti, feriti e prigionieri. La disfatta imponeva un riequilibrio delle forze sguarnendo il fronte italiano, da Pergine Valsugana partì la 48ª divisione di fanteria seguita da molte altre, vennero quindi meno quelle riserve previste per proseguire lo sfondamento nella pianura veneta. La precaria situazione non fermò la spinta offensiva in atto sull’altopiano, le truppe oramai in movimento tentarono un ultimo sforzo verso Bocchetta Paù, da dove iniziava una facile discesa verso la pianura sottostante. Il 15 riuscirono a conquistare il monte Zovetto, i pesanti combattimenti avevano fiaccato i reparti austro-ungarici impegnati da un mese di duri scontri, il continuo flusso di rinforzi italiani consentiva un continuo ricambio sulle prime linee di truppe fresche, sostenute da un’artiglieria che andava sempre più rinforzandosi, c’erano i presupposti per una controffensiva italiana. I disegni di Cadorna vennero anticipati, il 16 giugno lo stato maggiore austro-ungarico ordina la sospensione dell’offensiva, i reparti fermarono gli attacchi continuando però a difendere il territorio conquistato, nelle retrovie si iniziava a ritirare gli armamenti pesanti e a recuperare il materiale di preda bellica. Nella notte fra il 24 e il 25 giugno iniziò la ritirata, poche ma agguerrite pattuglie coprirono il movimento dei numerosi reparti, i guastatori avevano ricevuto ordini perentori: “Tutte le strade, i ponti, gli edifici, le fortificazioni che vengono abbandonate al nemico devono essere tempestivamente distrutte in maniera definitiva, i centri abitati devono essere dati alle fiamme.” La ritirata era stata accuratamente programmata, i reparti del genio avevano alacremente lavorato ad una nuova linea difensiva, denominata “Winterstellung” (linea di difesa invernale), arretrata su posizioni dominanti e facilmente difendibili, favorevoli ad una futura offensiva. Le perdite complessive italiane furono notevoli, 2.358 ufficiali (314 morti, 1.173 feriti e 781 dispersi) e 73.774 uomini ditruppa (5.873 morti, 27.371 feriti e 40.530 dispersi). La Relazione Ufficiale Austriaca fornisce dati più approssimativi delle proprie perdite; circa 5.000 morti, 23.000 feriti, 14.000 ammalati e 2.000 prigionieri, segnala però la cattura di ben 318 pezzi d’artiglieria e 191 mitragliatrici oltre ad ingenti quantitativi di armi leggere, munizioni ed equipaggiamenti. La “Strafexpedition” lascia dietro di se un altopiano sconvolto dai bombardamenti, svuotato delle sue genti profughe per tutta la penisola, un economia distrutta che impiegherà anni per riprendersi.

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