Cima XII - Cima Larici – Rifugio Larici

ITINERARIO

CENNI STORICO

Monte Ortigara, il “Calvario degli alpini”, così è passata alla storia della Grande Guerra questa brulla e insignificante cima dell’Altopiano di Asiago, resa famosa da uno dei peggiori massacri che le nostre montagne abbiano mai conosciuto. Gli antefatti sono noti, Il “generalissimo” Cadorna voleva riconquistare quelle posizioni che ci erano state strappate con la “Strafexpedition”, riportare le linee di attacco verso il margine nord-ovest dell’altipiano, oltre il vecchio confine, sempre con l’intento di scendere verso l’irraggiungibile Trento. L’ennesima spallata, la 10ª, sul fronte isontino non aveva dato risultati degni di nota se non il solito altissimo conteggio delle nostre perdite contro insignificanti “conquiste” di terreno.

Panoramica monte Ortigara

La preparazione iniziò già nell’inverno del 1916, si accumularono scorte di munizioni e viveri, vennero preparate nuove piazzole per le artiglierie che dovevano affluire per supportare l’attacco. La situazione logistica consentiva di predisporre i materiali, ma il tempo atmosferico comandava e la data dell’attacco venne programmata per l’inizio di giugno quando il manto nevoso non avrebbe più rappresentato un ostacolo, la quota della cima è di 2105 metri, “Azione K” questo Il nome in codice dell’offensiva. Lo schieramento d’attacco era imponente, mai si era visto prima un così alto numero di reparti schierati per la conquista di una singola montagna, la VIª Armata del generale Mambretti aveva a disposizione 114 battaglioni di fanteria, 22 di alpini, 18 di bersaglieri, e 10 misti fra genieri, mitraglieri, cavalleggeri, artiglieri, servizi sanitari e di supporto. L’artiglieria destinata ad appoggiare le truppe non era da meno, 1.504 pezzi suddivisi in 29 obici di grosso calibro, 474 di medio, 450 di piccolo e 551 bombarde, uno schieramento degno del fronte occidentale, solo ben munite postazioni dotate di profondi rifugi in caverna potevano reggere il potere distruttivo di un simile complesso, ma gli austro-ungarici avevano duramente lavorato e la montagna era stata trasformata in una fortezza sotterranea.

La data dell’assalto era stata lasciata in sospeso, Cadorna aveva vivamente raccomandato che “Le ben note esigenze di visibilità e quelle inerenti al funzionamento delle bombarde vogliono che l’azione venga decisa soltanto se il tempo lo consenta in modo sicuro”, mai istruzione venne meglio disattesa, il tempo atmosferico in quei giorni era decisamente pessimo, pioggia e nebbia ostacolavano l’osservazione dell’artiglieria, immaginiamo il disagio dei nostri soldati schierati in trincea in attesa del fatidico “Savoia”. Il 10 giugno era un mattino grigio e piovoso, alle 5.15 venne dato l’ordine alle artiglierie di aprire il fuoco, durante il bombardamento la pioggia si intensificò impedendo qualsiasi osservazione, dopo 12 ininterrotte ore di tiri vennero inviate in avanscoperta delle pattuglie per verificarne gli effetti, i varchi aperti erano pochi, i reticolati in gran parte intatti. Il bombardamento riprese nel tentativo di aprire la via all’attacco dei nostri reparti, alle 15 scatta il primo assalto, gli alpini muovono dalle trincee del Lozze e del Campanaro, imboccano l’unico ripido e impervio sentiero che porta verso la cima dell’Ortigara, il nemico è già sugli spalti delle trincee, le profonde caverne lo hanno protetto, poche le perdite. Mitragliatrici e cannoni incavernati cominciano la loro opera distruttiva, gli alpini riescono a passare a prezzo di ingentissime perdite, raggiungono il passo dell’Agnella, la selletta e la cima Le Pozze, ma la cima restava irraggiungibile. Le perdite della giornata ammontarono in totale a 3.230, morirono 35 ufficiali e 280 uomini di truppa, 309 i dispersi, in gran parte alpini della 52ª divisione, questo il prezzo pagato dai battaglioni Bassano, Sette Comuni, Verona, Monte Baldo, Monte Clapier, Val Ellero, per circa un terzo dell’Ortigara.

Ortigara 10 giugno 1917

 

Il comando austro ungarico sulla cima

Il giorno successivo l’attacco riprese, un secondo pesantissimo bombardamento mise a dura prova i battaglioni di Kaiserjäger e Feldjäger, ma l’ordine di resistere ad oltranza venne rispettato, la cima era ancora una volta salva anche se a prezzo di ingenti perdite. Peggio era andata agli attaccanti, la montagna era un vero carnaio, cosparsa di corpi insepolti, sono gli alpini del colonnello Stringa; i battaglioni Verona, Bassano, Monte Baldo, Sette Comuni, e quelli del colonnello Ragni; Val Ellero, Val Arroscia, Mercatour, Monte Clapier. Alpini sacrificati invano per l’imperizia dei nostri alti comandi che avevano perseverato nell’attacco nonostante fosse evidente il fallimento dell’azione, la raccomandazione di Cadorna era caduta nel vuoto.

Morti sull Ortigara

Fossa comune a Q.2101

Il fallimento dell’attacco impone uno stop alle operazioni, le linee conquistate vengono girate verso il nemico e per quanto possibile rinforzate, un lavoro pesante e pericoloso, un continuo bombardamento disturba le operazioni e provoca un continuo stillicidio di morti e feriti. La situazione di stallo provocata dalla mancata conquista della cima spinge il comando italiano a programmare una nuova offensiva che ebbe inizio la mattina del 18 con il solito durissimo bombardamento, le riserve di munizioni erano state adeguatamente rimpinguate. I tiri proseguirono ininterrotti per tutta la notte, l’assalto scatta alle 6 del mattino del 19, oltre ai battaglioni Stelvio, Valtellina, Monte Baldo, Saccarello, ci sono i fanti del 4° reggimento della brigata Piemonte, i reparti giunsero di slancio sulla cima conquistandola, ancora altissimo il prezzo pagato, le perdite della sola 52ª divisione alpina in quella memorabile giornata furono 3.677; 478 morti e 2.870 feriti, i rimanenti risultarono dispersi.

Ortigara 19 giugno 1917

La posizione sulla cima era decisamente precaria, priva di caverne esponeva i nostri reparti ai continui bombardamenti di rappresaglia, mantenere sotto pressione i reparti italiani abbarbicati attorno alla cima era il primo obbiettivo del comando austro-ungarico, riprendersi la cima il successivo. L’Ortigara era una posizione chiave nel sistema difensivo dell’altopiano e della sottostante Valsugana, il maresciallo Conrad la considerava essenziale punto di partenza per una futura offensiva, la manovra era già quasi riuscita un anno prima, l’avanzata lungo il bordo nord aveva messo a dura prova la tenuta dello schieramento italiano durante la Strafexpedition. L’azione viene rapidamente organizzata, il piano, denominato Wildbach (rio selvaggio), viene affidato al colonnello Adolf Sloninka comandante del 1° reggimento Kaiserschützen. Il fronte viene suddiviso in tre settori, il 1° (nord dell’Ortigara) al X° battaglione del 14° Hessen, sei pattuglie d’assalto e dal I° battaglione del 1° Kaiserjäger. Il 2° (cima Ortigara) verrà attaccato dal gruppo del maggiore Buol con due pattuglie d’assalto e una sezione lanciafiamme, con il concorso del III° battaglione del 57° fanteria e del III° battaglione del 2° Kaiserjäger. Il 3° (parte sud della cima), partendo da monte Campigoletti e dal Coston dei Ponari, il gruppo del tenente Weiss con due pattuglie d’assalto della 11ª Armata e un plotone del III° battaglione del 2° Kaiserschützen. L’operazione scatta nella notte fra il 24 e il 25, all’1.30 le pattuglie d’assalto sono a ridosso delle prime linee italiane, corrono il rischio di venire distrutte dal tiro d’artiglieria se scoperte, alle 2.30 inizia un intenso bombardamento concentrato sulla cima della montagna e sue adiacenze per bloccare l’afflusso di eventuali rinforzi. L’azione è fulminea, i nostri reparti sono costretti a ripiegare, imbastiscono un’ultima difesa sulle precarie posizioni che avevano raggiunto il giorno 10, alle 3.10 gli attaccanti segnalano con un razzo bianco l’avvenuta definitiva riconquista. Il comando italiano emette un inutile, assurdo e criminale ordine, “contrattacco generale”, un azione priva di qualsiasi logica, la cui conseguenza ancora oggi solleva dibattiti e polemiche documentate in numerosissime pubblicazioni, il “Calvario degli alpini” costa ai nostri reparti un vero olocausto; 23.746 perdite totali, di cui 110 ufficiali morti, 350 feriti e 50 dispersi; 1.454 uomini di truppa morti, 8.224 feriti e 2.564 dispersi, più della metà del totale sono alpini della 52ª divisione, 12.735, la battaglia più sanguinosa mai combattuta dalle nostre truppe da montagna. Le perdite del III° corpo d’armata austro-ungarico ammontarono in totale a 8.828, tra cui 26 ufficiali morti, 154 feriti e 71 dispersi, evidentissima la differenza.

Il cippo sulla cima

Nel dopoguerra la montagna diverrà luogo di imponenti celebrazioni, meta privilegiata dei reduci che accompagnano familiari e amici in veri pellegrinaggi laici, una colonna mozza ricorda i tanti, troppi caduti, per tutti la testimonianza di Paolo Monelli; “Il più superfluo sacrificio, il più cruento monumento alla virtù di pazienza e di sopportazione del soldato italiano: e fu inoltre un tragico errore, anzi un tragico incaponirsi in una serie di errori, tutti conseguenza del primo, quello di non aver abbandonato l’impresa quando fu chiaro che era destinata a fallire, per un concorso di circostanze disgraziate. (….) ma non mai sconfitta fu così gremita di azioni risolute, ardue, tenaci, condotte fino all’estremo con altissimo animo, con generoso immolarsi di battaglioni, parecchi dei quali andarono distrutti due volte”.

Cartolina dell Ortigara

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